Una strada, mille storie

Immagina una linea sinuosa che attraversa il cuore di un continente, serpeggiando tra grattacieli e praterie infinite, costeggiando fattorie, deserti di cactus e motel con insegne al neon. Quella linea è la Route 66, un simbolo della libertà americana, ma anche un laboratorio di culture, incontri e leggende. Per i più giovani è la strada di Saetta McQueen nel film “Cars”; per chi ha un vinile nel salotto è la canzone di Nat King Cole “Get your kicks on Route 66”. C’è chi la ricorda come l’itinerario degli hippy in furgone Volkswagen e chi la sogna ancora come la via del riscatto, scolpita in romanzi come “Furore” di Steinbeck. Fu inaugurata nel 1926 e per decenni rappresentò il percorso principale da Chicago alla California: 3940 chilometri di sogni su quattro ruote.

La Mother Road non è solo geografia: è la summa di storie in movimento. Nei suoi anni d’oro, famiglie intere la percorrevano con tutti i loro beni legati sul tetto, in cerca di lavoro dopo il crack della borsa e il Dust Bowl; soldati in uniforme la attraversavano durante la Seconda guerra mondiale; stelle del cinema e motociclisti la utilizzavano per scappare dal clamore; autostoppisti e artisti beat ci trovavano ispirazione per poesie e canzoni. Quando le highway a quattro corsie le resero la vita difficile, la 66 entrò in una nuova dimensione: non più arteria commerciale, ma mito intramontabile, meta di pellegrinaggi nostalgici e viaggio iniziatico per generazioni di viaggiatori, inclusi – sorpresa! – i nostri friulani.

Friulani on the road: un viaggio di emigrazione

Parliamo di Friuli: una terra di colline, vigneti, montagne selvagge e villaggi dove il tempo sembra fermarsi attorno al fogolâr, il tradizionale focolare. Ma a fine Ottocento e nei primi decenni del Novecento, il Friuli era anche una terra povera, colpita da guerre, crisi economiche e terremoti. Di fronte a un futuro incerto, molti friulani decisero che valeva la pena giocarsi il tutto per tutto e prendere il transatlantico. Partirono con una valigia di cartone, un rosario in tasca e un biglietto di sola andata per il Nuovo Mondo.

Arrivarono a Ellis Island con nomi storpiati dagli impiegati che non capivano la differenza tra un Favot e un Fabbro. Alcuni si fermarono nelle grandi città dell’Est, altri seguirono amici e parenti nella “frontiera”: Chicago, Detroit, Cleveland. I friulani portavano con sé un’abilità artigianale invidiabile: la scuola Mosaicisti del Friuli di Spilimbergo li aveva formati per creare pavimenti a mosaico e terrazzo di una bellezza sorprendente. Non è un caso che molti di loro furono ingaggiati per decorare edifici pubblici americani. Sapete il pavimento del Campidoglio del Texas? È opera delle mani di artigiani friulani che hanno lasciato la loro firma nascosta tra le tessere colorate. Altri si fecero notare come muratori, tagliatori di pietra, carpentieri. Un detto popolare tra gli emigranti diceva: “Se sei friulano, troverai un lavoro con le tue mani prima che tu riesca a pronunciare Oklahoma con il nostro accento.”

Ma i friulani non erano solo mani abili. Erano anche minatori coraggiosi che scesero nelle miniere di carbone dell’Oklahoma e del Missouri, agricoltori che trasformarono terre incolte in campi di mais e vigne, imprenditori che aprirono negozi di alimentari, stazioni di servizio, motels e ristoranti lungo la 66. Si adattarono al Paese che li ospitava, imparando l’inglese con accento “misto polenta e hot dog”, ma non dimenticarono mai la loro lingua, le canzoni tradizionali, la messa della domenica e l’amore per il frico.

Il legame con casa non si spezzò. Fin dalle prime ondate migratorie, nacquero i Fogolârs, associazioni dove ci si poteva ritrovare dopo il lavoro per parlare della “patria distante”, aggiornarsi sulle notizie di casa, raccogliere fondi per chi era rimasto e insegnare ai bambini il significato di parole come cjase (casa) e mari (mare). In una lettera del 1932, un friulano di Chicago scriveva: “La 66 la mi fa pensare al Tagliamento, un fiume di ricordi e speranze che ci porta da una sponda all’altra. Tanti fioi son passât par cul pont!”

Piccole Italie lungo la Mother Road

Se prendi un’auto d’epoca o una moto scintillante e inizi a seguire la traccia della Route 66, scoprirai che la strada è punteggiata da “Piccole Italie” che non troveresti sulla guida turistica standard. Sono paesi e quartieri dove il tricolore sventola vicino alla bandiera a stelle e strisce e il profumo del sugo si mescola al barbecue texano. Ecco una panoramica più ampia, se vogliamo fare un vero tour gastronomico‑culturale:

  • Chicago, Illinois – La nostra avventura parte dal miglio zero della Route 66, all’incrocio tra Jackson Boulevard e Michigan Avenue. A poche fermate di metropolitana si trova Little Italy, nella zona di Taylor Street. Un tempo vi abitavano migliaia di italiani, compresi molti friulani che lavoravano nell’edilizia. Qui nacquero ristoranti, panetterie, drogherie e club sociali come il Porrello Social Club. Oggi la zona è stata gentrificata, ma puoi ancora mangiare un buon panino con la salsiccia da Al’s Beef e respirare l’atmosfera d’un tempo.

  • Rosati, Missouri – Lasciata Chicago, dopo chilometri di campi di mais e old diners, arrivi in un villaggio che un tempo si chiamava Knobview. Alla fine dell’Ottocento un gruppo di famiglie italiane, stanche dei campi dell’Arkansas, decise di investire i risparmi in queste colline del Missouri. Comprarono terreni e provarono a piantare sangiovese e nebbiolo. La terra, tuttavia, preferiva l’uva Concord. Non si persero d’animo: convertirono tutto e crearono un’economia basata sul vino, venduto ai viaggiatori della Route 66. Ancora oggi, attraversando Rosati, puoi vedere i filari che brillano al sole, assaggiare uva appena colta e ascoltare storie di nonni che parlano un dialetto veneto‑friulano unico al mondo.

  • St. Louis – Sempre in Missouri, la grande città sull’Arco si fregia di un quartiere chiamato The Hill, fondato da immigrati italiani. Qui, oltre alla pizza St. Louis‑style, troverai negozi di salumi come Volpi Foods e ricorderai che anche alcuni friulani si stabilirono qui prima di proseguire verso ovest. Non ti meravigliare se qualcuno ti saluterà con un “Ciao, pais!”

  • Krebs, Oklahoma – Detto anche “Oklahoma’s Little Italy”. Nato come campo minerario, divenne un polo della cultura gastronomica italiana. Le miniere chiusero, ma gli italiani rimasero. Oggi Krebs è famosa per Pete’s Place, un ristorante avviato da un immigrato friulano che serviva gnocchi fatti in casa e birra artigianale nascosta sotto il tavolo durante il proibizionismo. Altre insegne come Roseanna’s e Lovera’s vendono caciocavallo, pasta fresca e vini. A maggio c’è un festival che trasforma la città in una sagra di paese con musica, giochi e, manco a dirlo, abbondanti porzioni di lasagna.

  • Tulsa, Oklahoma – Se hai tempo, fermati a Tulsa. Il San Francisco Arts District ospita gallerie e murales, ma a noi interessa un edificio di mattoni dove c’era la Sambusada Social Club, fondata da friulani che lavoravano nelle raffinerie di petrolio. Era un luogo dove giocare a carte, discutere di politica e organizzare feste danzanti.

  • Amarillo, Texas – Qui troverai il famigerato Big Texan Steak Ranch con bistecche da 72 once, ma per un tocco friulano cerca l’antico negozio di Luigi’s Market, dove negli anni ’40 un emigrato vendeva formaggi fatti arrivare da Udine per i camionisti affamati.

  • Austin, Texas – Oltre ai locali di musica live e all’università, Austin nasconde un tesoro friulano: i pavimenti a mosaico del Campidoglio. Se ti fermi, fatti un selfie su quelle superfici policrome e pensa ai giovani artigiani che, negli anni ’30, lavoravano di notte per terminare l’opera prima che arrivasse il caldo texano. Nel frattempo, la comunità friulana organizzava feste del vino nel cortile di una chiesa: canzoni, prosecco e polenta nel mezzo del Texas!

  • Albuquerque e Santa Fe, New Mexico – In queste città dal fascino ispano‑americano, la presenza italiana è più discreta, ma ci sono storie di friulani che si unirono ai progetti ferroviari della Atchison, Topeka and Santa Fe Railway. A Santa Fe c’è una piccola galleria d’arte che porta il cognome Di Giacomo, discendente di un mosaicista di Spilimbergo.

  • Phoenix, Arizona – Sotto il sole cocente della capitale dell’Arizona svetta il Tovrea Castle, un edificio surreale che sembra una torta nuziale a più piani. Fu costruito da Alessio Carraro, un imprenditore friulano che voleva creare un’oasi turistica con giardino zoologico. Il progetto non decollò, ma il castello resta un monumento bizzarro e affascinante, visitabile oggi. Gli storici locali raccontano che Carraro, quando vide il cactus saguaro per la prima volta, lo scambiò per un cavolo gigante e tentò di affettarlo!

  • Flagstaff, Arizona – Questa città di montagna è un hub per gli amanti dell’outdoor. Negli anni ’20 e ’30 alcuni friulani furono impiegati nella costruzione della Meteor Crater Road e portarono con sé la tradizione di suonare la fisarmonica nelle serate estive.

  • Seligman, Arizona – Reso famoso dal film “Cars”, Seligman ha un negozio chiamato Delgadillo’s Snow Cap Drive‑In, uno strano ristorante strapieno di memorabilia. Meno noto è il fatto che i Delgadillo erano amici di una famiglia friulana che gestiva il distributore di benzina accanto. In un angolo ci sono ancora le foto di quella famiglia, con uomini in camicia bianca e bretelle, che versano benzina e parlano in dialetto.

  • Barstow e San Bernardino, California – Ultime tappe prima del mare. In questi centri ferroviari c’erano piccoli gruppi di emigrati friulani che lavoravano in stazioni di smistamento merci e che aprirono panaderias dove producevano pane e biscotti ispirati alla gubana. La gubana non l’avevano mai vista gli americani, eppure divenne popolare tra i ferroviari.

  • Fontana, California – Eccoci a Bono’s Restaurant & Deli, nato nel 1936 come chiosco di arance. Con il tempo è diventato una tavola calda che serve panini con salumi, olive e peperoncini, oltre a un vino della casa. Nel parcheggio c’è una torre dell’acqua con un’enorme arancia dipinta e un cartello che proclama: “Benvenuti viaggiatori della 66 – siamo qui dal 1936!”. Chi entra è accolto da fotografie in bianco e nero di nonni con baffi all’insù e da un jukebox che suona swing e tarantelle.

  • Los Angeles – Santa Monica, California – Ed eccoci al celebre “End of the Trail”. Il molo di Santa Monica è affollato di turisti, artisti di strada e pescatori che raccontano storie di squali giganti. A pochi isolati, nel quartiere di Santa Monica, c’è il Fogolâr Furlan Los Angeles, luogo di ritrovo per la diaspora. Ogni anno organizzano una grigliata sulla spiaggia dove si mangiano salsicce friulane, si canta “O ce biel cjscjel a Udin” e ci si tuffa nell’oceano con il tricolore sulle spalle.

Questo lungo elenco dimostra che la Route 66 è stata e continua a essere non solo una strada, ma un mosaico di culture dove l’Italia, e in particolare il Friuli, ha lasciato orme profonde.

Fogolâr Furlan: cuori friulani nel Nuovo Mondo

Ora parliamo un po’ di questi mitici Fogolârs. Il termine deriva dal focolare domestico, il cuore della casa friulana. In Friuli, il fogolâr è più di un caminetto: è dove ci si scalda, si cuoce la minestra, si raccontano le storie e si tramandano i detti. Trasportato oltreoceano, il concetto è diventato l’embrione delle associazioni emigranti.

Negli anni ’50, con l’espansione della diaspora, nacque l’Ente Friuli Nel Mondo, un’organizzazione con il compito di coordinare e sostenere i fogolârs sparsi nei cinque continenti. Da allora, i fogolârs sono diventati ambasciate informali del Friuli: promuovono la lingua (il friulano è riconosciuto come lingua minoritaria e viene insegnato anche ai nipoti nati a Dallas o San Jose), organizzano sagre, pubblicano newsletter, sostengono progetti in patria, come il restauro di una chiesa o la costruzione di un parco giochi. Ogni anno, delegati di tutto il mondo si riuniscono nella città di Udine per un congresso dove si balla, si discute di emigrazione e si fanno nuove amicizie.

In Nord America troviamo una rete di fogolârs che costellano la Route 66 e le regioni limitrofe:

  • Fogolâr Furlan Southwest (Dallas, Texas) – Copre cinque stati: Arkansas, Louisiana, Oklahoma, New Mexico e Texas. È una comunità ibrida: molti membri vivono lontani, quindi si incontrano sia di persona sia via Zoom. Organizzano un picnic annuale al White Rock Lake di Dallas, con un torneo di morra e corsi di cucina. Un anno hanno sfidato un gruppo di texani a una gara di polenta e chili: secondo voi chi ha vinto?

  • Fogolâr Furlan Los Angeles – Fondato nel 2013, è pieno di gente creativa: registi, tecnici di Hollywood, musicisti. Organizzano proiezioni di film friulani con sottotitoli, portano i bambini a fare surf e discutono di come far conoscere il Prosciutto di San Daniele agli americani. Una loro iniziativa curiosa è il “Friuli Food Truck”, un camioncino che vende frico sandwich durante i festival gastronomici di Los Angeles.

  • Fogolâr Furlan Nevada–Utah–Arizona – Nato nel 2020, è uno dei più giovani. Nonostante la disperazione iniziale di trovare friulani nel deserto, hanno scoperto decine di famiglie a Las Vegas, Phoenix e Salt Lake City. Si ritrovano a Henderson, giocano a bocce all’aperto (con il sole che spacca le pietre) e organizzano gite a Flagstaff. Il loro motto? “Dal deserto al Friuli con un bicchiere di Refosco.”

  • Fogolâr Furlan Nord California (Sunnyvale, Silicon Valley) – Qui i friulani sono ingegneri, informatici e start‑upper. Amano la tecnologia, ma non dimenticano la tradizione. Hanno creato un’app per insegnare il friulano con emoji, e la usano per insegnarlo ai figli. Ogni novembre organizzano la “Cena del Cjargnel” dove cucinano carne di maiale come si faceva nelle campagne friulane. Neanche Elon Musk ha resistito e si dice abbia assaggiato un pezzo di muset.

  • Fogolâr Furlan Michigan & Midwest – Questo gruppo include Chicago, Detroit, Cleveland e tutte le cittadine industriali dove i friulani si stabilirono un secolo fa. Mantengono l’eredità degli antenati con tenacia. Ogni gennaio partecipano alla “Serata della Befana” con calze, giochi per i bambini e premiazione del friulano dell’anno.

  • Fogolâr Furlan Florida, New York, Washington D.C. – Anche se non sono direttamente sulla Route 66, vale la pena menzionarli. Il fogolâr di Miami celebra il Carnevale con maschere veneziane e friulane sotto le palme; quello di New York ha una biblioteca piena di libri in dialetto; a Washington D.C. i friulani organizzano conferenze sulla minoranza linguistica e invitano senatori a mangiare cjalsons.

Queste comunità non sono club chiusi: accolgono amici, partner americani, studenti curiosi. Ogni nuovo socio è invitato a dire qualche parola in friulano, magari imparata su YouTube, e subito viene accolto con un bicchiere di Ramandolo. La solidarietà che permea i fogolârs è uno degli ingredienti segreti del successo della diaspora. Quando un membro ha bisogno di aiuto – per trovare un lavoro, iscrivere il figlio a scuola, superare un lutto – c’è sempre qualcuno pronto ad ascoltare. Anche questo è il calore del fogolâr.

Radici in Movimento: il viaggio di oggi

Adesso torniamo alla Route 66. Perché, nel 2026, la nostra amata Mother Road compirà cento anni. Che occasione migliore per raccontare una storia di emigrazione e ritorni? Nasce così “Route 66 – Radici in Movimento”, un progetto ideato da un gruppo di avventurieri moderni: Giusy Concina (voce narrante e cronista curiosa), Mario Ravaccia (al volante e con la mappa in mano), Leo Messana (videomaker instancabile con la macchina fotografica sempre pronta) e Alessio Gerbelli (meccanico). Insieme hanno più di un secolo di esperienza in viaggi, reportage e giri in furoistrada, e soprattutto condividono un amore viscerale per la propria terra.

L’idea è semplice e geniale: percorrere i 3940 chilometri da Chicago a Santa Monica su un mezzo attrezzato con telecamere, microfoni e un piccolo fogolâr portatile (scherziamo… o forse no!). Lungo il cammino incontreranno i fogolârs e le comunità di origine friulana, raccoglieranno storie di nonni emigrati e nipoti nati in America, organizzeranno proiezioni di film dei Fuoristrada Club Tolmezzo in drive‑in improvvisati, inviteranno ristoratori locali a provare i formaggi di malga del Val Tagliamento e porteranno panettoni della Pasticceria De Marchi da distribuire a Natale come ambasciata gastronomica. Ad ogni tappa, lasciare un seme di amicizia: una bandiera, un libretto di ricette, un pasaporto dell’ospitalità che invita gli amici americani a visitare il Friuli.

Durante la marcia, non mancheranno momenti di comicità, come quando Leo si perderà a Tucumcari scambiando un burrito per un cjalson, o quando Mario cercherà di spiegare il significato di “mismut” a un autostoppista del Kansas. Ci saranno anche momenti commoventi: un’anziana signora di Rosati che mostra la foto del nonno con la valigia, un giovane californiano che ha ritrovato i cugini in Carnia grazie a Facebook, un mosaico di Tulsa che porta incisa la data 1933 e i nomi di tre fratelli di Sequals. Il viaggio sarà un film vivente, dove la sceneggiatura la scriveranno le persone incontrate.

I risultati attesi non sono solo like e views. “Radici in Movimento” vuole creare un ponte concreto: promuovere il turismo di ritorno (quante volte hai sentito dire “vorrei vedere il paese dei miei bisnonni”?), rafforzare i rapporti istituzionali (gli americani amano le relazioni ufficiali, soprattutto se accompagnate da prosciutto e vino), dare visibilità internazionale ai prodotti friulani (lo speck che fa concorrenza al bacon!), e soprattutto far nascere amicizie vere. Come disse una volta il poeta dell’autogrill: “La Route 66 non finisce a Santa Monica; finisce nel cuore di chi l’ha percorsa”.

Cosa portare a casa

E così, dopo chilometri di asfalto, polvere e risate, cosa rimane nel bagaglio? Non solo magneti da attaccare al frigorifero o selfie sotto il cartello “End of the Trail”. Rimane la consapevolezza che l’identità non è una roccia immutabile né un vestito da mettere una volta l’anno; è un tessuto che si allunga e si arricchisce quando incontra altri fili. I friulani sulla Route 66 hanno saputo intrecciare tradizioni e innovazioni, lingua madre e slang americano, polenta e hamburger. Hanno dimostrato che si può essere cittadini del mondo senza dimenticare i sapori di casa.

Se deciderai di seguire le loro orme, porta con te una mappa, un dizionario friulano‑inglese, un buon paio di scarpe e tanta curiosità. Fermati a parlare con la barista del diner di Gallup, ascolta le storie del vecchio signore seduto sulla veranda a Winslow (sì, quella della canzone degli Eagles), visita i musei di storia locale e cerca tracce d’Italia. Chiedi al proprietario di una stazione di servizio se conosce il significato di “mandi”; forse ti sorprenderà.

E quando tornerai a casa, che sia in Friuli o in un altro luogo del mondo, racconta a tua volta queste storie. Organizza una cena con amici, stappa una bottiglia di Ribolla gialla, proietta le foto del Tovrea Castle e del cartello di Barstow. Racconta di quella famiglia di Rosati che ti ha regalato un grappolo d’uva, della signora di Krebs che ti ha insegnato a fare gli gnocchi, dello studente di Phoenix che ti ha chiesto cosa significa “cjargnél”. Condividere significa mantenere vive le radici.

La Route 66 non è più l’autostrada principale d’America, ma è un corridoio di memorie e speranze. Il progetto “Radici in Movimento” ci ricorda che anche la nostra identità è una strada. A volte dritta, a volte tortuosa, sempre illuminata da incontri. L’importante è tenere il motore acceso e il cuore aperto. Perché, come dicono i friulani: “Par furlan, ogni strade e je di bande di cjase.” (Per un friulano, ogni strada è vicina a casa, se la percorre con il cuore.)

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