ROUTE 66 • -20 GIORNI

A venti giorni dalla partenza scopriamo che la parte più semplice sarà guidare

L’idea romantica dell’on the road funziona più o meno così: si mette qualche maglietta in una borsa, si sale in macchina, si accende la radio e si punta il cofano verso l’orizzonte. È un’immagine bellissima, soprattutto se non siete voi quelli che devono organizzare un viaggio di oltre un mese attraverso Stati Uniti e Messico mentre, contemporaneamente, cercate anche di raccontarlo.

A venti giorni dalla partenza la nostra scrivania racconta infatti una storia leggermente diversa.

Il viaggio oggi è fatto di prenotazioni, percorsi, parcheggi, orari, ingressi, assicurazioni, documenti, voli, hotel, cambi di veicolo, connessioni internet, attrezzatura, batterie, hard disk e una quantità di file che probabilmente, se stampati tutti insieme, potrebbe essere utilizzata come zavorra per una Dakar.

È la parte del progetto che raramente si vede, ma è anche quella che decide se un viaggio funziona oppure diventa una lunghissima collezione di imprevisti.

La Route 66, soprattutto, ha un rapporto piuttosto elastico con il concetto di tempo. Un navigatore può sostenere con grande sicurezza che tra due città servano tre ore, ma il navigatore non sa che lungo il percorso c’è una vecchia stazione di servizio davanti alla quale vi fermerete, che poi troverete un murale cento metri più avanti, che qualcuno vorrà fotografare un’insegna, che il pranzo arriverà con quarantacinque minuti di ritardo e che, nel frattempo, avrete scoperto una strada secondaria molto più interessante di quella prevista.

Ecco perché il programma che abbiamo costruito è dettagliato, ma non vuole diventare una prigione.

Ci sono giornate dense, come quella che ci porterà da Chicago a St. Louis attraversando buona parte dell’Illinois storico della Route 66, e giornate volutamente più leggere, come quelle previste ad Amarillo o Flagstaff, che serviranno anche per rallentare, rimettere ordine nel materiale raccolto e, possibilmente, ricordarci che dormire continua a essere un’attività consigliata anche durante un viaggio editoriale.

Perché il lavoro non finirà quando parcheggeremo l’auto la sera.

Ogni giornata produrrà fotografie e video da salvare, materiale da ordinare, contenuti da preparare, dati da aggiornare e batterie da ricaricare. La nostra stanza d’hotel avrà quindi buone probabilità di assomigliare meno a una camera e più al retrobottega di un negozio di elettronica appena colpito da un tornado.

Poi ci sono i piani alternativi, quelli che nessuno ama preparare ma che tutti sono contenti di avere quando servono. Una strada può chiudere, il meteo può cambiare, un orario può saltare, il traffico di Los Angeles può decidere di trasformare dieci miglia in una questione esistenziale.

A venti giorni dal via, però, è proprio questa complessità a farci capire quanto siamo vicini.

Per mesi abbiamo costruito il viaggio.

Ora stiamo cominciando a preparare tutto ciò che dovrà partire con noi.

E improvvisamente le valigie sembrano molto, molto piccole.

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